Fondamentalisi religiosi nostrani condannati per diffamazione

Riceviamo e pubblichiamo, fa sempre piacere un barlume di luce nel nostro paese

Roma, 16 giugno 2009


• Dichiarazione di Maurizio Turco e Marco Cappato

Iniziano a giungere le prime condanne per diffamazione sul caso Welby, che, come il caso Englaro, ha visto scendere in campo una portentosa opera di disinformazione e manipolazione della verità a danno, anzitutto, dei cittadini che vengono ritenuti ‘popolo bue’ al quale dare a credere qualsiasi ciarpame pur di evitare che si formi una coscienza collettiva, basata sulla conoscenza, su temi quali il fine vita.

E così l’opera volta a ristabilire la verità ed a restituire l’onore e la reputazione ai diffamati deve giungere attraverso i Tribunali Italiani.

E’ recente, difatti, la condanna per il reato di diffamazione inflitta in sede penale, in primo grado, dal Tribunale di Desio, Sezione distaccata del Tribunale di Monza, a Maurizio Belpietro, 800,00 Euro
di multa – all’epoca direttore de Il Giornale – ed al giornalista Stefano Lorenzetto, 1.200,00 Euro di Multa. Diffamato il dott. Mario Riccio, difeso dall’avv. Giuseppe Rossodivita, al quale il Tribunale ha riconosciuto tra risarcimento e riparazione pecuniaria la somma di 53.000,00 Euro, oltre la riparazione specifica della pubblicazione della sentenza su Il Giornale.

L’articolo, pubblicato in prima pagina il 23.12.2006, titolava in riferimento a Piergiorgio Welby “Nessun rispetto nemmeno per la sua volontà” ed ‘illuminava’ i lettori su come “il dr. Mario Riccio, il medico venuto da Cremona”, che ha adottato il metodo “dei boia aguzzini che eseguono le sentenze capitali negli USA”, se ne fosse “fregato della volontà di Welby.”

Ricorda il Tribunale che la critica per essere socialmente utile e dunque legittima, anche quando lesiva della reputazione di terzi, deve avere come presupposto dei fatti veri; in caso contrario è un mero pretesto per diffamare.

Ed è di oggi, ancora, la sentenza del Tribunale Civile di Roma, resa in primo grado, con la quale il Movimento Politico Cattolico Militia Christi, è stato condannato con sentenza immediatamente esecutiva a risarcire la somma totale di 60.000 Euro, pari a 20.000,00 Euro ciascuno, a favore dell’Associazione per la Libertà della ricerca scientifica Luca Coscioni, dell’Associazione La Rosa nel Pugno e del dr. Mario Riccio, tutti difesi dall’Avv. Giuseppe Rossodivita.

Il Tribunale ha anche ordinato la definitiva rimozione dal sito internet dell’Associazione Cattolica del comunicato stampa dal titolo “Profanatori ed assassini”.

La senatrice Binetti, anch’ella convenuta in giudizio dal dr. Mario Riccio, dall’Associazione Coscioni e da Radicali Italiani, davanti al Tribunale di Roma, come anche per altra diversa causa l’on. Luca

Volontè convenuto in giudizio da Marco Pannella, Emma Bonino e Marco Cappato, si sono invece trincerati dietro l’immunità parlamentare e l’insindacabilità delle opinioni espresse da parlamentari attraverso i giornali ed i comunicati. Parlano, scrivono comunicati, rilasciano interviste, ma poi non ci pensano neppure – o forse ci pensano sin troppo bene - a difendere le loro affermazioni in Tribunale.


storia di una morte opportuna

È uscito in questi giorni "Storia di una morte opportuna" (Ed. Sironi 2008), ovvero il diario di Mario Riccio il medico che "ha fatto la volontà di Piergiorgio Welby" come recita il sottotitolo del libro stesso.

L'opera è divisa in due parti; la prima racconta del periodo che va dal momento in cui il dottore ha cominciato ad interessarsi del "caso Welby", ovvero dopo la famosa lettera aperta al Presidente della Repubblica in cui Piergiorgio chiedeva che venissero riconosciuti i suoi diritti civili, di come è maturata l'idea sul modo migliore per aiutare Piergiorgio Welby, di come è entrato in contatto con Marco Cappato, Marco Pannella e l'Associazione Coscioni, fino alla morte di Piergiorgio Welby avvenuta a causa del distacco del suo ventilatore polmonare il 20 Dicembre 2006.

La seconda parte dell'opera racconta delle conseguenze giuridiche che Mario Riccio ha dovuto affrontare per aver fatto si che Welby godesse di un suo diritto costituzionale. Conseguenze che, nonostante l'imputazione coatta decisa da un G.I.P. a cui non era bastata neanche la richiesta di archiviazione della Pubblica Accusa, sono definitivamente terminate il 24 Luglio del 2007, quando il G.U.P. ha dichiarato il "non luogo a procedere".

È un racconto emozionante e umanamente toccante. Mario Riccio ha la capacità di esprimere con estrema chiarezza il suo punto di vista, le sue opinioni sul diritto del malato a rifiutare qualunque tipo di cura (opinioni che si sono dimostrate essere corrette deontologicamente e giuridicamente) e, cosa più importante, di denunciare con estrema lucidità i dolosi tentativi di fare confusione da parte di coloro che "strillano" contro l'eutanasia anche quando questa, palesemente, non c'entra assolutamente niente.

Quella di Welby non è stata in alcun modo eutanasia, ma un semplice rifiuto di una cura/terapia, cosa che non è nient'altro che un diritto costituzionale (Art. 32).

Ecco, se questo libro ha un merito (a prescindere dal suo indiscutibile valore di testimonianza) è proprio quello di fare chiarezza sul corretto uso di termini come: "eutanasia", "accanimento terapeutico", "consenso informato", "testamento biologico". Quello di spiegare la differenza dalla "soluzione belga" (quella si, eutanasistica) che era pronta ad essere messa in atto per porre fine alle sofferenze di Piergiorgio, della "soluzione di Mario Riccio", da lui proposta e preferita dallo stesso Welby.

Un libro insomma contro la confusione, quasi sempre dolosa, che i fanatici religiosi, teorizzatori della sacralità della vita, fanno continuamente e incessantemente da decenni a questa parte.

 

Alessandro Chiometti

 

p.s. Notizia in anteprima per i cittadini di Civiltà Laica.

Appena finito di leggere il libro ho scritto una e-mail all'Associazione Luca Coscioni (a cui Mario Riccio ha devoluto i diritti d'autore provenienti dalla vendita dello stesso) chiedendo di essere messo in contatto con il medico di Cremona per organizzare una presentazione  a Terni.

Nel giro di poche ore mi è arrivata una mail dello stesso Mario Riccio con cui mi invitava a contattarlo sul suo cellulare (L'Ass. Coscioni è davvero efficientissima); una volta contattato il dottore mi ha dato la sua disponibilità a venire a Terni nei primi mesi del 2009. Una persona davvero disponibile; gentile ma al tempo stesso determinata a combattere questa battaglia di civiltà.

Addio a Giovanni Nuvoli

Come avevamo scritto nel nostro precedente commento che lo riguardava, Giovanni Nuvoli ha applicato su se stesso quella forma di eutanasia che i fondamentalisti religiosi nostrani non possono controllare.

La notizia sul sito de "la Repubblica"

E' così sfuggito alla tortura imposta dalla Procura della Repubblica Italiana che aveva mandato i carabinieri ad intimorire il medico Tommaso Sciacca che si era dichiarato disponibile a ripetere quanto fatto da Mario Riccio nel caso di Piergiorgio Welby (per una coincidenza del destino, finalmente prosciolto da ogni assurda accusa proprio ieri). 

In questo paese "democratico" e "laico" per vedere applicato il proprio diritto costituzionale di rifiutare una cura medica qualcuno si deve lasciar morire di fame.

Addio Giovanni.

Redazione[at]civiltalaica.it  

Verso il riconoscimento dei diritti del malato
Piergiorgio Welby aveva tutto il diritto di chiedere l’interruzione della ventilazione artificiale che lo teneva in vita e il medico anestesista Mario Riccio, che lo sedò per poi staccare il respiratore meccanico, aveva il dovere di assecondare la volontà del malato.


Redazione[at]civiltalaica.it
Per non dimenticare Piergiorgio Welby

Ci è arrivata la segnalazione di questa lodevole iniziativa per intervenire in aiuto di Mario Riccio, il medico che "staccò la spina" a Piergiorgio Welby, secondo quanto richiesto dal paziente.

Inutile sottolineare come è necessario tenare alta l'attenzione su queste tematiche in un paese come il nostro che dimentica spesso e volentieri tutto ciò che è scomodo e fastidioso.

Un plauso alla bioeticista Chiara Lalli, alla quale vogliamo garantire tutto l'appoggio e l'aiuto che possiamo darle.  Per sottoscrivere la sua lettera (che qui di seguito riportiamo interamente) andate sul suo blog .


Civiltà Laica


Diritto o obbligo di cura?
Il Gip Renato Laviola ha rinviato a giudizio Mario Riccio, il medico che nel dicembre 2006, su richiesta di Piergiorgio Welby, lo aveva sedato e aveva interrotto la ventilazione meccanica (“staccando la spina”) che gli permetteva di sopravvivere.
Lo ha rinviato a giudizio in nome di un diritto alla vita che, nella “sua sacralità, inviolabilità e indisponibilità”, costituirebbe un limite invalicabile per l’esercizio del diritto di autodeterminazione. Secondo il giudice Laviola, il diritto di rifiutare le cure, pur essendo sancito dalla Costituzione italiana, dal Codice di Deontologia Medica e da convenzioni internazionali, verrebbe meno quando, per metterlo in pratica, si rendesse necessaria da parte del medico un’azione e non una mera omissione. Mario Riccio avrebbe pertanto compiuto un reato in quanto non si è limitato a non attuare una terapia, ma ha attivamente provocato il distacco del respiratore che teneva in vita Piergiorgio Welby.
Noi pensiamo che risulti da ciò una limitazione inaccettabile della libertà di ogni cittadino di decidere riguardo ai trattamenti sanitari sulla propria persona: un paziente sarebbe libero di rifiutare di essere attaccato al respiratore (o di essere nutrito artificialmente) ma non gli sarebbe invece garantita la possibilità di interrompere, una volta avviate, la respirazione o la nutrizione artificiale in condizioni medicalmente assistite.
L’argomentazione del Gip Laviola lascia intravedere scenari nei quali sarebbe legittimo obbligare le persone a curarsi anche contro la propria volontà. Il richiamo alla sacralità della vita (oltre al fatto che non si tratta di un concetto né medico né giuridico) rischia di trasformare il diritto alla vita in dovere di vivere e spalanca le porte ad ogni accanimento terapeutico.
Mario Riccio ha esaudito una richiesta precisa e inequivocabile di Piergiorgio Welby: una richiesta di interruzione di un trattamento. Ci chiediamo: un medico che accoglie una simile richiesta agisce in modo legittimo? Noi non abbiamo alcun dubbio sulla liceità morale del gesto, né sulla sua legittimità deontologica, in accordo con l’Ordine dei Medici di Cremona che si è pronunciato in questo senso, archiviando il procedimento disciplinare a carico del collega.
Il problema invece è aperto sul piano giuridico. Mentre il Procuratore della Repubblica di Roma si è pronunciato in sintonia con l’Ordine dei Medici, chiedendo l’archiviazione del caso, opposto – come abbiamo visto – è stato il parere del Gip Laviola.
Riteniamo che sia assolutamente necessario stabilire la certezza del diritto in merito alla seguente questione: un cittadino capace di intendere e di volere, il cui giudizio non è viziato da disturbi dell’umore o da pressioni esterne, può legittimamente rifiutare o sospendere ogni tipo di cura anche quando questo comporterà inevitabilmente la sua morte?
È pacifico che, se un paziente (non ancora collegato al dispositivo che potrebbe mantenerlo in vita) rifiuta di essere collegato a detto dispositivo, nessuno può obbligarlo a farlo. Paradossalmente però, se quello stesso paziente accetta di essere tenuto in vita da un macchinario e poi, dopo un certo periodo di tempo, decide di rinunciarvi, ciò si rivela impossibile, per lo meno nell’opinione di alcuni magistrati. Ma questa asimmetria cozza contro il buon senso. Forse l’avere accettato una terapia priva il paziente della possibilità di cambiare idea e di esercitare ora la sua originaria possibilità di rifiutarla?
Vogliamo sottolineare che far derivare dal diritto alla vita l’obbligo di curarsi implica conseguenze gravi e paradossali, fino a spingere le persone a temere ogni tipo di relazione terapeutica: il paziente, i familiari e anche il medico potrebbero essere indotti a non iniziare una terapia, per esempio la ventilazione, solo per il timore di non poterla più sospendere quando le circostanze dovessero renderla inaccettabile.
Siamo convinti che solo l’intervento del legislatore possa far chiarezza su questo punto cruciale e affermiamo l’assoluta urgenza di questo intervento.

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Segnaliamo il link diretto alla puntata dello scorso 23/4 di Rotocalco Televisivo di Enzo Biagi
in cui c'è un'intervista a Umberto Veronesi in merito al diritto di libera scelta sul termine della propria vita.